In copertina, una bambina scopre il cestino sotto una sedia. Ricostruzione narrativa generata con intelligenza artificiale per Discovery Sicilia.

Immaginate di avere sette anni. Ieri sera avete lasciato un cestino sotto il letto. Stamattina allungate un braccio fino al pavimento e trovate soltanto la mattonella fredda. È il primo indizio che sono passati. Adesso viene il bello: bisogna capire dove l’hanno messo. In tante famiglie, la Festa dei Morti in Sicilia cominciava così, con un bambino che frugava per casa e un adulto che sapeva benissimo dove guardare e riusciva a tenere il segreto.

La notte è quella tra Ognissanti, il primo novembre, e la commemorazione dei defunti, il 2. A portare i doni, si diceva ai piccoli, erano i morti di famiglia. Un nonno di cui si riconosceva il passo. Una zia conosciuta soltanto per quel ritratto in salotto. Per una mattina anche lei aveva qualcosa da fare in quella casa.

Il regalo di nonno Giuseppe

Andrea Camilleri, nel racconto Il giorno che i morti persero la strada di casa, dà a questa usanza un nome e un oggetto precisi. Il nome è Giuseppe, suo nonno. L’oggetto è un Meccano, il gioco di costruzioni che Andrea desiderava a otto anni. Chiunque avesse comprato la scatola, per il bambino il regalo veniva proprio da lui. E la mattina, dopo la ricerca, ci si pettinava e si andava al camposanto a ringraziare.

Di quel racconto mi colpisce un altro bambino. Ha perso il padre da un anno. Camilleri lo ricorda davanti alla tomba, una mano sul manubrio del triciclo appena ricevuto. Gli altri, che fino a quel momento si sono chiesti a vicenda che cosa abbiano trovato nel cesto, con lui tacciono. Sanno già come si fa a stare accanto a qualcuno.

Palermo, cosa c’è nel cannistru

Nel cannistru, il cesto intrecciato, basta una noce per fare rumore. Accanto alla frutta secca può spuntare un paladino alto un palmo, con l’armatura dipinta e una spada che si può mangiare. È il pupo di zucchero, o pupaccena. Per farlo si cola lo zucchero nello stampo e si colora la figura una volta sformata. Prima di staccargli un pezzetto viene voglia di giocarci.

Poi c’è il mandarino. Ha la buccia punteggiata e magari una foglia ancora attaccata. Chi provasse a sbucciarlo si accorgerebbe subito dello scherzo: è frutta Martorana, pasta di mandorle modellata e dipinta. Il nome ci porta al monastero della Martorana di Palermo. Che le monache abbiano appeso frutti di pasta ai rami spogli per accogliere un visitatore illustre appartiene alla leggenda. Il lavoro del pasticciere, invece, si può vedere ancora oggi in quella minuscola ammaccatura che fa sembrare vero un frutto.

Il fico aperto rivela la pasta di mandorle sotto il colore. Illustrazione generata con intelligenza artificiale per Discovery Sicilia.

Le vetrine palermitane hanno anche dolci assai meno teatrali. I tetù e teio sono biscotti tondeggianti, con una glassa chiara o al cacao. È facile immaginare che cosa resti sulle dita dopo averne pescato uno dal fondo del cesto.

Da Catania a Messina, la festa cambia profumo

A Catania chiedete una rama di Napoli. Sotto il rivestimento di cioccolato troverete un biscotto morbido al cacao, talvolta con granella di pistacchio. Le ossa di morto fanno tutt’altro rumore sotto i denti: dure, con una parte chiara che si alza sulla base più scura, sono fra i biscotti che si riconoscono anche a occhi chiusi, dal profumo delle spezie.

A Messina c’è un luogo preciso da cui riprendere il filo. Nel 2021, al centro socioeducativo Il Giardino delle Zagare di Maregrosso, il comitato locale dell’UNICEF volle raccontare la festa ai bambini portando dei regali. Nella sua testimonianza compaiono i motticeddi, chiari e scuri, e gli scardellini profumati di chiodi di garofano. Sono parole che vale la pena chiedere a chi impasta, anche quando si entra in un forno dei Nebrodi: «A casa vostra come li chiamavate?». La risposta può cambiare già al paese vicino.

Il nome da portare a tavola

Se dovessi scegliere una sola inquadratura per raccontare questa notte, terrei la macchina da presa bassa, all’altezza di chi cerca. Nel campo entrerebbero due piedi nudi, la gamba di una sedia, il bordo del cestino. L’adulto resterebbe fuori campo fino alla domanda che prima o poi arriva: «Ma com’era il nonno?». A quel punto c’è tempo per sedersi, dividere il mandarino di pasta reale e raccontare una cosa che faceva ridere proprio lui.

Altre storie di gesti e saperi dell’isola si trovano in Patrimonio vivo della Sicilia e nella sezione Sapori. I nostri viaggi continuano sul canale YouTube Discovery Sicily.

Fonti e letture